Tutto a fuoco dal primo piano all’infinito

L’argomento della messa a fuoco è di fondamentale importanza per un fotografo, in particolare per chi, come me, si dedica alla fotografia paesaggistica. Tramite la messa a fuoco guidiamo lo sguardo dell'osservatore verso un determinato elemento, isolando o evidenziando un dettaglio rispetto al resto della scena. Oppure, grazie a una nitidezza che va dal primo piano all’infinito, possiamo trasmettere un senso di immensità e di spazi sconfinati, permettendo a chi guarda di viaggiare tra gli elementi in primo piano e i dettagli in lontananza, restituendo la grandiosità di un paesaggio.

La messa a fuoco non è un semplice gesto tecnico, ma una scelta espressiva.

Dopotutto, se la fotografia è un linguaggio per comunicare, la messa a fuoco è uno degli strumenti più potenti che abbiamo per dare forma alle nostre parole.

Il limite del sensore parallelo

Entriamo nel vivo del problema: come si mette a fuoco dal primo piano all’infinito? Chi segue il mio sito sa

bene che, in questo campo, il banco ottico la fa da padrone. Sfruttando il principio di Scheimpflug e i movimenti di basculaggio della macchina, questo strumento straordinario permette di far convergere nello spazio il piano ottico, quello del sensore e il piano del soggetto.

Il risultato? Una nitidezza reale e geometricamente perfetta da cima a fondo. Nelle reflex o mirrorless comuni, invece, il sensore è bloccato in posizione parallela alla lente. Questo limite fisico ci costringe a scegliere un solo punto di messa a fuoco: se il primo piano è nitido, lo sfondo è sfocato, o viceversa.

Esiste una via d'uscita per chi non usa il grande formato?

Dal punto di vista fisico no, perché con la lente bloccata in posizione parallela è impossibile inclinare il piano di messa a fuoco reale. La risposta diventa sì, invece, se decidiamo di sfruttare la nitidezza apparente. Ma di cosa si tratta?

È un trucco ottico che sfrutta i limiti dell'occhio umano per ingannare lo sguardo e far sembrare tutto nitido. Solo un forte ingrandimento digitale svelerebbe che, in

realtà, alcune zone non sono geometricamente sul piano di fuoco.

Il tramonto dell'Iperfocale nell'era digitale

Quando si parla di nitidezza apparente nel paesaggio, il primo pensiero corre inevitabilmente alla celebre distanza iperfocale. Nata nell'era d'oro della fotografia analogica, questa tecnica è stata per decenni la bibbia di ogni paesaggista. All'epoca, gli obiettivi sfoggiavano sulla ghiera delle precise scale graduate della profondità di campo: bastava allineare il simbolo dell'infinito al diaframma scelto per calcolare matematicamente il punto esatto in cui focheggiare.

Oggi, però, con l'avvento del digitale, lo scenario è radicalmente cambiato. I sensori moderni sono spietati: l'altissima risoluzione e la densità dei pixel mettono a nudo ogni minima sfocatura che un tempo sarebbe passata inosservata sulla pellicola o su una piccola stampa. Di fatto, le vecchie tabelle iperfocali sono diventate obsolete e inadeguate per i file digitali di oggi. Inoltre, la maggior parte degli obiettivi moderni ha rimosso del tutto le ghiere graduate.

La regola del Doppio della Distanza

Come si risolve questo problema sul campo senza impazzire con calcoli matematici o App sullo smartphone? La risposta è una tecnica straordinariamente semplice ed efficace: la regola del doppio della distanza. Questo metodo risale all'inizio degli anni '90, quando lo scienziato e fotografo canadese Harold M. Merklinger decise di pubblicare una teoria ottica rivoluzionaria, poi formalizzata nei suoi celebri libri The Ins and Outs of Focus (1993) e Focusing the View Camera. Merklinger dimostrò matematicamente che l'approccio dell'iperfocale sacrificava drasticamente la nitidezza dello sfondo. Per risolvere il problema, propose di ribaltare il calcolo, concentrandosi sulla risoluzione reale degli oggetti nello spazio. È l'approccio moderno e scientificamente più accurato per gestire la profondità di campo nella fotografia digitale ad alta risoluzione. Il metodo di Merklinger snellisce in modo incredibile il flusso di lavoro. Nella sua formulazione matematica pura, vi basterà individuare l'elemento più vicino alla vostra lente che desiderate sia perfettamente nitido (il soggetto in primo piano), stimare la sua distanza dalla fotocamera e mettere a fuoco esattamente al doppio

di quella distanza. Se un masso in primo piano si trova a 2 metri da voi, posizionate il punto di messa a fuoco a 4 metri. Chiudendo il diaframma a valori ideali come f/8 o f/11, otterrete una distribuzione della nitidezza incredibilmente bilanciata, estesa dal vostro primo piano fino all'orizzonte più lontano.

Dalla teoria alla pratica: il mio approccio sul campo

Se la regola originale di Merklinger nasce come un calcolo matematico puro, come si traduce questa teoria sul campo senza rischiare di sbagliare la stima dei metri ad occhio? Soprattutto su un sensore medio formato da 100 megapixel che non perdona il minimo errore?

Nella mia pratica con la Hasselblad 907X e il dorso CFV 100C, ho convertito questo calcolo matematico in un flusso di lavoro interamente visivo: un approccio che ricorda molto da vicino il controllo della nitidezza eseguito sul vetro smerigliato del banco ottico attraverso il loupe. Sfruttando la geometria intrinseca degli obiettivi fotografici e il focus peaking integrato nella fotocamera, il mio metodo sul campo si sviluppa in tre passaggi esatti:

1 Trovo i punti limite in Live View:

Con il diaframma tutto aperto per azzerare la profondità di campo, attivo lo zoom digitale sullo schermo. Metto a fuoco il primo piano finché il peaking non lo evidenzia, poi faccio la stessa cosa per l'infinito della scena fotografata. Utilizzando un piccolo pezzo di nastro di carta adesiva applicato sulla ghiera di messa a fuoco, segno fisicamente con una matita questi due punti di nitidezza estremi.

2 Imposto il punto medio (Sweet Spot):

Ruoto la ghiera posizionandola esattamente nel punto di mezzo tra i due riferimenti sul nastro. Poiché la corsa meccanica della messa a fuoco risponde a una progressione diottrica (geometrica e non lineare), il punto medio visivo sulla ghiera corrisponde esattamente al doppio della distanza fisica del primo piano, ossia il punto di equilibrio perfetto in cui lo sfondo resta nitido e il primo piano mantiene la massima leggibilità possibile, il così detto Sweet Spot. Ho così applicato la legge di Merklinger con precisione

millimetrica, senza bisogno di misurare a occhio un solo metro.

Per chi volesse approfondire, ecco la dimostrazione matematica 

3 Chiudo il diaframma:

Infine, imposto l'apertura a f/8 o f/11. E a questo punto che avviene il "miracolo". Complice la straordinaria gamma dinamica e la resa ottica del sistema Hasselblad XCD, l'intera scena si trasforma sul display: il primo piano diventa tagliente, lo sfondo è nitidissimo e l'immagine acquista una tridimensionalità impressionante. Tutto appare perfettamente a fuoco, dal filo d'erba a pochi metri dalla lente fino alla vetta più lontana all'orizzonte.

Grazie alla fisica di questo metodo, la sfocatura si distribuirà in modo speculare: il punto in primo piano e l'infinito avranno lo stesso identico livello microscopico di nitidezza apparente, mentre il centro dell'immagine (il punto di fuoco reale) sarà tagliente al massimo delle possibilità dell'ottica.

I limiti della fisica e il verdetto del Banco Ottico

Tuttavia, bisogna sottolineare che se il primo piano scende sotto gli 80 centimetri dalla lente (un limite che varia drasticamente in base alla lunghezza focale utilizzata, arrivando ad esempio a circa 3 metri con un 38mm), nessuna legge fisica permetterà a un singolo scatto a f/8 di mantenere una nitidezza impeccabile da cima a fondo su un sensore da 100 Megapixel. In questi casi estremi, il "Doppio della Distanza" ci svela immediatamente il limite invalicabile dell'ottica parallela, segnalandoci che è il momento di passare al focus stacking o all’uso del banco ottico.

Da estimatore del banco ottico nell’ambito del “Grande formato digitale”, mi chiedo fino a che punto questa regola applicata all'Hasselblad possa davvero sostituire il laborioso utilizzo dei corpi mobili. Qual è il limite oltre il quale una nitidezza apparente non è più accettabile?

Teoricamente, questo limite si attesta intorno a una dimensione di stampa di 60x80 cm. Entro queste misure è praticamente impossibile distinguere a occhio nudo la differenza con lo scatto eseguito con il banco ottico: la risoluzione del sensore da 100 MP e la qualità

di un obiettivo come l'XCD 38mm compensano ampiamente la mancanza di movimenti meccanici. Al contrario, in una stampa Fine Art che supera il metro di base (come un formato 100x130 cm), emerge tutta la magia del banco ottico. Chi osserverà la carta da vicino noterà che nel file del banco ottico il primo piano e lo sfondo mantengono una morbidezza, una plasticità e una transizione ottica pura. L'Hasselblad, per quanto straordinaria, su quelle dimensioni potrebbe mostrare i primissimi segni di micro-sfocatura geometrica o una texture leggermente più "calcolata" dal sensore nel tentativo di compensare ciò che fisicamente si trovava fuori dal piano di fuoco.

Dopo tanta teoria, non mi resta che mostrarvi un confronto sul campo eseguito personalmente, grazie al quale ognuno di voi potrà farsi la propria idea.

Qui sotto trovate due scatti dello stesso paesaggio: il primo è stato realizzato con la Hasselblad 907X, il dorso digitale CFV 100C e l'obiettivo XCD 38mm; il secondo, invece, con il banco ottico Cambo Actus-DB2 equipaggiato con il medesimo dorso Hasselblad CFV 100C e l'ottica Schneider Apo-Digitar 43mm.

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